Il movimento provoca un calo della glicemia?
· 2 min

Perché il movimento faccia scendere la glicemia, deve esserci di mezzo l’insulina o un farmaco che costringe il pancreas a rilasciarla. In chi usa un farmaco del genere, il calo arriva in due finestre distinte: durante la sessione e dopo. La seconda arriva fino al sonno ed è la più difficile da notare.
Quando il muscolo lavora, preleva glucosio dal sangue. In un organismo che regola bene, nello stesso momento la secrezione di insulina si riduce e il fegato copre il deficit. L’insulina somministrata dall’esterno non fa questo passo indietro, e non lo fa nemmeno una compressa che costringe il pancreas. L’effetto già in circolo resta lì, per quanto il muscolo prelevi. Perché la glicemia si abbassi lo spiega da capo un altro articolo. La domanda qui è più ristretta: che cosa aggiunge il movimento, dal canto suo, a questo quadro?
Una delle cose che aggiunge è la durata. Il calo arriva anche mentre la sessione è in corso, primi minuti compresi. La seconda finestra si apre quando la sessione è finita ed è molto più lunga: finché il muscolo continua a riempire la riserva che ha svuotato, l’effetto si distribuisce su mezza giornata. Questa coda si fa riconoscere con una fame fuori luogo che arriva ore dopo la sessione, o con le gambe che sulle scale diventano inaspettatamente pesanti.
L’intensità non elimina queste due finestre, ne confonde soltanto l’ordine. In uno sforzo breve e duro il valore sale sul momento, perché gli ormoni dello stress fanno passare il rilascio del fegato davanti al consumo del muscolo. La salita è passeggera. Una volta scesi gli ormoni, il lavoro di riempire la riserva finisce comunque sul conto della stessa sessione. Quindi anche un allenamento che si chiude in salita lascia dietro di sé una coda lunga. Per chi non ha visto la sessione, durata e intensità si riducono spesso a poche parole dette dopo. Quello che resta fuori da quelle poche parole lo mostra la coda che arriva ore più tardi.
Il movimento, in più, tira una tenda. Sudore, cuore che accelera e gambe che tremano sono tra i primi segnali di un calo, ma in un corpo che corre ci sono già tutti e tre. Il sudore che bagna la schiena e quello portato dal calo non si distinguono. Fuori dalla tenda restano i segnali del cervello rimasto senza carburante: la parola che gira in bocca senza uscire, perdersi su una strada conosciuta, piedi e mani che non vanno d’accordo. Questi la corsa non li produce.
L’ora decide dove cadrà la coda; quella di un allenamento fatto nel tardo pomeriggio cade nel sonno, cioè nella fascia della giornata che nessuno guarda. La maggior parte dei cali che avvengono nel sonno non sveglia nemmeno chi dorme. Un mal di testa che resta al mattino o un risveglio senza riposo possono essere l’unico segno rimasto di quella notte. Tutte le tracce le raccoglie l’articolo sul calo glicemico notturno. Il conto del movimento non si chiude nella sessione, ma nelle ore che la seguono.
Fonti
- Younk LM, Mikeladze M, Tate D, Davis SN. Exercise-related hypoglycemia in diabetes mellitus. Expert Review of Endocrinology & Metabolism. 2011;6(1):93-108.
- Basu R, Johnson ML, Kudva YC, Basu A. Exercise, Hypoglycemia, and Type 1 Diabetes. Diabetes Technology & Therapeutics. 2014;16(6):331-337.
- Davis HA, Spanakis EK, Cryer PE, Siamashvili M, Davis SN. Hypoglycemia During Therapy of Diabetes. Endotext. South Dartmouth (MA): MDText.com, Inc.; updated 2024.
- Kulzer B, Freckmann G, Ziegler R, Schnell O, Glatzer T, Heinemann L. Nocturnal Hypoglycemia in the Era of Continuous Glucose Monitoring. Journal of Diabetes Science and Technology. 2024;18(5):1052-1060.